A VISTA | Traversata delle Grampian Mountains | SCOZIA 1

La scorsa primavera Franco Michieli e Davide Ferro hanno attraversato a vista le montagne centrali della Scozia. Abbiamo chiesto ai due protagonisti di raccontarci con immagini e riflessioni la loro personale esperienza. Di seguito il primo reportage a firma di Franco Michieli. Seguirà quello “speculare” di Davide Ferro – con Davide che fotografa Franco – per infine arrivare ad un incontro pubblico che raccoglieremo come terza parte e nella quale cercheremo di approfondire lo speciale rapporto di amicizia e fiducia tra i due compagni, fondamentale per affrontare questo genere di avventure. A vista.

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PRIMA PUNTATA

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_0350.bLa scelta di compiere la traversata delle Grampian Mountains in Scozia risale a una vecchia idea, nata nel 1989 quando attraversai la Scozia da solo da sud a nord (Glasgow – Cape Wrath) lungo le Western e Northern Highlands, circa 600 km in 19 giorni con salita di molte cime, allora con carte topografiche. La vastità delle lande disabitate e la bellezza dei paesaggi mi sorpresero. Avevo ipotizzato di deviare dal Ben Nevis fino ai Cairngorms, ma al momento il percorso sarebbe divenuto troppo lungo. Per 27 anni mi è rimasto il desiderio di tornare e attraversare quei monti. Nel 2016 l’idea era in verità di andare in Islanda con sci e slitta, ma l’impossibilità di avere tempo sufficiente a disposizione, per me e per Davide, ci ha fatto cambiare idea e puntare alla Scozia.

Ci siamo limitati a esaminare una carta stradale della Scozia in scala 1:250.000, senza dettagli topografici ma adatta a capire l’andamento delle forme geologiche e paesaggistiche principali, quelle che avrebbero potuto guidarci. La scelta è stata di seguire l’asse più montuoso nello spazio fra costa est e costa ovest, da Stonehaven, poco a sud di Aberdeen, a Fort William, tenendo una rotta per lo più est-ovest. Nell’entroterra di Stonehaven si alza una catena montuosa diretta a ovest, che poi si allarga in molte catene più o meno parallele, situate a sud di due grandi valli tettoniche che tagliano tutta la Scozia settentrionale, fino ai gruppi montuosi presso i fiordi occidentali. Ci siamo fatti una mappa mentale schematica di queste forme e della loro geometria, tenendo conto di dove sono tagliate da strade carrozzabili con centri abitati (pochi punti), aggiungendo la memoria di alcuni grandi laghi dell’ovest allungati fra le montagne che potevano fare da riferimento. Alla fine, prima di Fort William, c’è il Ben Nevis, cima maggiore della Gran Bretagna. Queste, più o meno, erano tutte le informazioni in nostro possesso, prive di dettagli locali. Non avevamo alcuna informazione sull’esistenza di sentieri e/o rifugi lungo questa rotta, né informazioni alpinistiche; avevamo in mente il nome di sole tre montagne (Lochnagar, Ben Macdhui e Ben Nevis) su centinaia presenti sulla rotta. Ovviamente con noi nessuna carta, e niente orologi, strumenti per orientamento e telecomunicazione.

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_0536.bUn altro tipo di informazione però è ancora più importante, e cioè che dopo decenni di battaglie per il diritto di camminare, la Scozia si è dotata di un ordinamento che garantisce la possibilità di muoversi e bivaccare in questi austeri e sorprendenti spazi, prendendosi la responsabilità personale delle proprie scelte: lo Scottish Outdoor Access Code (outdooraccess-scotland.com). Ė un codice analogo al celebre Allemannsretten (il diritto di ogni uomo) dei Paesi scandinavi, che afferma la libertà di muoversi e soggiornare nel territorio naturale, anche scavalcando reti e recinti, con l’impegno a non causare alcun danneggiamento. Questo diritto si accompagna all’evoluzione del nostro approccio al territorio e alla natura: senza di esso, l’esperienza esplorativa risulta menomata in partenza, dovendo basarsi su un programma anziché sul caso. L’evoluzione e la catena delle scoperte umane, e perfino la spiritualità, sono frutto del rapporto col caso: ogni scoperta è tale se non è già implicita nella nostra mente; deve avere una parte proveniente dall’infinito esterno.

La sobrietà di informazioni ci ha permesso di andare avanti alla scoperta di territori che si rivelavano solo al momento, dove non sapevamo cosa aspettarci. Contava la nostra capacità di tenere la rotta verso ovest orientandoci con riferimenti del territorio (con uno spostamento un po’ più a nord sui Cairngorms), su terreno che è stato sempre una sorpresa oltre ogni svolta o crinale. Nonostante questa incertezza, come già nei casi precedenti, il percorso è durato giusto i tredici giorni che avevamo a disposizione, senza forzare né rallentare. C’è stato solo un errore clamoroso, il quarto giorno, quando dopo aver interpretato correttamente le forme montuose, ci siamo invece fatti ingannare da un artificio, una strada abbastanza trafficata che pareva essere l’unica da incrociare in quell’area, e invece era solo un accesso molto frequentato e a fondo cieco a un sito legato alla famiglia reale. Siamo così finiti in un villaggio diverso da quello previsto, da cui comunque facilmente abbiamo potuto ricalibrare la rotta e dirigerci verso i Cairngorms. Qui, pur muovendoci a caso fra tempeste e sommità sconosciute coperte di neve, senza cartelli e senza sentieri, per qualche motivo ci siamo ritrovati sulla cima del Ben Macdhui, vetta dei Cairngorms (a vista di altezza del tutto simile a quelle circostanti) e seconda sommità della Gran Bretagna. Ciò del resto è del tutto normale: luoghi simbolici attraggono invisibilmente i vagabondi.

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_0965.bA indicarci la rotta sono stati più di tutto il sole e il vento, oltre all’andamento delle catene montuose interne di cui ho detto. Il vento ha avuto un ruolo importantissimo fin dal primo giorno piovigginoso, quando lo sguardo al veleggiare delle nuvole grigie ci ha aiutati tutto il giorno; altre volte la pressione violenta da nord o da ovest ci ha guidati per tappe intere nella nebbia nevosa o nel pulviscolo di cristalli sollevato dal vento stesso.

Il percorso ha una lunghezza effettiva di circa 300 km, ovvero circa 25 al giorno escluso l’ultimo che è stato breve. Durante la traversata abbiamo salito 16 cime, quasi tutte di nome e quota a noi sconosciuti, spesso lungo concatenamenti di creste nevose comprendenti diverse altre quote minori. Notti sempre in tenda fuorché una in un bivacco in muratura trovato all’ingresso dei Cairngorms.

Viaggi così non sono mai delle “prime”, ma semmai delle “ultime”, nel senso che siamo tra gli ultimi del nostro tempo a ricercare volontariamente un’avventura antica, che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo per centinaia di migliaia di anni. Un approccio simile, all’interno di gruppi montuosi poco conosciuti, è stato praticato e descritto in tempi recenti, prima che la rete ci avvolgesse tutti, anche da alcuni alpinisti, in particolare il francese Bernard Amy e, prima, da Felice Benuzzi nella sua “Fuga sul Kenya” durante la seconda guerra mondiale. Inoltre non sappiamo se qualcuno viaggi così nella wilderness mantenendo il segreto.

Ma per quanto ne so, le lunghe traversate a tappe compiute in questo stile, cioè completamente senza carte, strumenti per orientamento e telecomunicazione e orologio, con scarse informazioni e quasi completamente fuori da sentieri o tracce, dal 1998 al 2016 sono state sette, ovvero: Lapponia est-ovest, Norvegia, estate 1998; Lyngsalpene, Norvegia, primavera/disgelo 1999; Groenlandia meridionale terre vichinghe, estate 2000; vagabondaggio interno Islanda, inverno 2001; Norland da Bodø a Narvik, Norvegia, primavera/disgelo 2003; Lapponia tra Finlandia e Norvegia, inverno 2013; Scozia Grampian Mountains, primavera 2016 (si aggiunge il tentativo Lapponia inverno 2010 con Fausto De Stefani, ma durato solo pochi giorni). Tutte dunque si sono svolte in territori dove vige un tipo di allemannsretten. Oltre a me, hanno partecipato a questo tipo di esperienza sei diversi amici: Andrea Matteotti, Mario Baumgarten, Sandro Fulghieri, Mauro Bongianni, Gabriele Bigoni e Davide Ferro. Come si vede, non sono molto numerose né le traversate fatte integralmente in questo stile, né le persone che le hanno sperimentate.

Proprio la rarità di questo tipo di esperienza condivisa ha reso speciali le amicizie con questi miei compagni; tra di noi, è come se condividessimo un segreto sul mondo, la conoscenza di una porta invisibile oltre cui lo spazio tempo si moltiplica e offre significati che l’incantesimo del progresso tecnologico ha celato agli occhi umani. Per noi stessi questo segreto resta in parte avvolto dalle nebbie in cui si è svelato, riusciamo a rimetterlo a fuoco solo a tratti, senza conoscere le parole adatte a spiegarlo, ma potendoci confermare a vicenda col semplice accennare a “qualcosa” di incontrato, che esiste e che l’abbiamo vissuto. Davide è particolarmente portato per questa lettura dell’esperienza, di cui giustamente ci rendiamo conto solo un po’ alla volta ricomponendo nel tempo il puzzle del vissuto, per cui, se si aggiunge la sua tenacia, si dimostra un compagno ideale in queste avventure.

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_0398.bNello stesso periodo ho compiuto molti altri percorsi con caratteristiche esplorative, anche con molte incognite, specie sulle Ande, oltre a innumerevoli giri a vista in Italia ed Europa, ma non in assenza completa di supporti informativi come nelle sette traversate citate.

L’esperienza che descriviamo perciò resta molto particolare, conosciuta dal vero da poche persone in occidente, anche se l’ho raccontata in centinaia di incontri, articoli, libri e corsi sul terreno, facendola sperimentare a livello di approccio iniziale a molti appassionati. C’è dunque un notevole contrasto fra l’interesse suscitato e la messa in pratica di questa dimensione.

È anche vero che, volutamente, non ho mai cercato di iniziare una sorta di “specialità” o “disciplina” dell’avventura, dandole un nome e stabilendo delle regole; al contrario il mio scopo è sempre stato quello di ridurre il ruolo dell’organizzazione umana lasciando più libertà agli eventi imprevisti, alle risposte della natura, al caso; non mi interessa conoscere le capacità umane di controllare tecnicamente certe situazioni, ma vedere cosa succede quando l’uomo si fa più piccolo e disarmato nella natura.

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_0853.bIl concetto di disarmarsi – stimolato dalle avventure di Bonatti esploratore, specie quelle tra gli animali selvaggi, oltre che, ovviamente, da diverse visioni culturali – è fondamentale: solo disarmati si possono scoprire le reazioni arcaiche nascoste in noi e nella natura (nascoste in questa relazione, non solo in noi), portando a conoscenze che la vita di oggi nasconde accuratamente. La mancanza di tentativi di lunghi percorsi in queste condizioni da parte di esploratori contemporanei dipende dalla mancanza di curiosità per questo tesoro sepolto, predomina l’idea che tanto la natura è indifferente, ciò che conta è l’uomo. E poi c’è il tabù di non uscire dalla rete (mascherato dalla convinzione che non esista più un fuori), in pochi anni il web si è trasformato nelle nuove Colonne d’Ercole dell’umanità contemporanea (qui forse si passa a un livello da psicanalisi collettiva: come ha fatto la rete a sostituire Dio? Timor della rete – timore di perdere la rete – al posto del timor di Dio – timore di perdere Dio – paura di restare soli nel deserto. Invece il deserto rivela la compagnia che non conosciamo più).

Tra i mille argomenti che si potrebbero aggiungere una curiosità a proposito di Casarotto (n.d.r. i due protagonisti sono arrivati dalla Scozia giusti in tempo e appositamente per rendere omaggio a Renato Casarotto, nella serata del Teatro Olimpico): anch’io ho visto i due soli, proprio durante la traversata più dura della mia vita, l’Islanda da est a ovest (33 giorni, con carte 1:100.000 a quei tempi, ma nella situazione descritta la carta era tutta bianca), nel 1991, 7 anni dopo che l’aveva visto Casarotto (io allora non lo sapevo). Il sole si è sdoppiato sopra al mare di ghiaccio del Vatnajokull, tra le nuvole dell’ovest, prima del tramonto. L’effetto su di me e su Fabio penso sia stato diverso da quello su Casarotto perché noi stavamo avanzando proprio usando i raggi del sole che calavano dalle nuvole come riferimento per la rotta; la sua doppiezza ha quindi riguardato il dubbio sull’orientamento in tutti i sensi. È avvenuto in un contesto di miraggi di vario tipo (pendio che si vedeva in discesa in tutte le direzioni intorno a noi, mentre materialmente era in leggera salita davanti; apparizione all’orizzonte di montagne sotto le nuvole che non potevano essere direttamente visibili, in quanto molto più basse dell’orizzonte bianco). Ci siamo fermati non potendo fidarci dei nostri sensi. Tuttavia il giorno dopo, nella tempesta di pioggia con visibilità zero sulla superficie invariabile di ghiaccio, siamo arrivati esatti sull’immensa sommità piana della Bardarbunga, oltre cui si è aperta la nebbia e abbiamo visto la terra oltre i ghiacci.

Scozia 2016. foto F. Michieli. IMG_1351.bL’abbinamento è stato dunque quello di un miraggio disorientante seguito dalla misteriosa correttezza della rotta. Non so se la riflessione sul sole bianco e sole nero sia proprio di Casarotto o estrapolata da altri. Certo la cresta del non ritorno, con le sue presenze misteriose e visionarie, ha segnato una svolta nella coscienza di Renato. Io non avevo mai pensato ai due soli come a una doppia identità mia o qualcosa del genere; semmai mi sono parsi come uno scherno alla pretesa dell’uomo di capire tutto e di sapere come vanno le cose, seguito dalla dimostrazione che ci sono forze più grandi che trovano o perdono il mondo. La conclusione di Casarotto dopo quell’esperienza, e cioè che qualsiasi cosa si faccia l’importante è l’amore, in qualche modo è simile ai miei sentimenti di allora. Al termine, per la prima volta, mi è sembrato di desiderare sposarmi.

Franco Michieli, 27 maggio 2016

GALLERIA FOTOGRAFICA dell’Autore.

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